
Come se Londra non fosse abbastanza, ecco che me ne sono andato pure in Belgio per il famigerato Pukkelpop.
Che ci volete fare: rispetto a Glastonbury/Reading costa meno, non va sold out con quattro mesi di anticipo e ha pure più palchi. E in queste situazioni io divento come Homer Simpson nel paese di cioccolato.
Parlarvi di tutti sarebbe cosa lunga e complessa, per cui... lo faccio lo stesso, e vi metto pure comodissimi link per saltare direttamente al commento su chi interessa a voi: un bel servizio da parte mia, in contrasto con l`organizzazione belga che regala i mezzi di trasporto ma li fa passare quando e dove gli gira a loro.
E visto che nessuno mi paga, permettetemi di scrivere in fretta e male.
Pronti:
IN BREVE
I migliori: Iggy & the Stooges.
I peggiori: Loney, Dear
Premio "Nostalgia Canaglia": The Smashing Pumpkins, Chris Cornell, Silverchair
Premio "Cazzaro d`oro": The Hives, Eagles of Death Metal, Art Brut
Premio "Schiaffi": Cobra Starship, Fall Out Boy, Editors
Premio "Mostri Da Un Altro Pianeta": Iggy & the Stooges, Battles, Tool
Premio "Sì, Idea Carina, Ma Ora Basta, Grazie": Hayseed Dixie, Rodrigo Y Gabriela, Enter Shikari
Premio "Intercambiabili": The Cribs, The Rifles, Polytechnic
Premio "Formaggio Grana" (stanno bene ovunque): Sparta, Biffy Clyro, Silversun Pickups
Premio "Tre Punti In Cassaforte": I`m From Barcelona, Spoon, Arcade Fire
Premio "Tornatene In Camera Tua": Kate Nash, Cocorosie, Badly Drawn Boy
Premio "All We Ever Want Is Our Parents To Worry About Us": Starfucker, Within Temptation, Nine Inch Nails
Targa Speciale "Via Zamboni": Gogol Bordello
Ho visto anche: Sonic Youth, Kaiser Chiefs, The Shins, Albert Hammond Jr, The View, Fujiya & Miyagi, Rilo Kiley, The Rakes, Ozark Henry, Nid & Sancy.
IN DETTAGLIO
Giovedì 16

Nid & Sancy [torna su]
Marito e moglie con figlie undicenni al seguito, dediti a sano quanto dimenticabile elettroclash. Scelti perchè il nome era fico: l`alternativa era Seasick Steve, che dicono tutti che spacca, ma se iniziavo il festival andando a vedere un barbone 50enne che fa blues la Nico mi sparava.
Silversun Pickups [torna su]
Ricordano al meglio gli Smashing Pumpkins e al peggio i Verdena (o viceversa). Bravi, ma i volumi non erano gran chè. Meritano una seconda occasione.
Polytechnic [torna su]
Indie pop classico, berretto sfrontato, pezzi carichi e giovanili, ma attitudine moscia, timida e silenziosa da far venire il nervoso. Gente come loro scredita tutta la categoria.
Gogol Bordello [torna su]
Orecchiati da lontano in pausa pranzo. Con un solo tocco di fisarmonica hanno trasformato il Main Stage in piazza Verdi a Bologna. Niente di meglio per chi apprezza cose tipo Goran Bregovic, Ska-P o Capossela, ma, ehm, non sono io.
The Cribs [torna su]
Pseudo-Kaiser Chiefs ultragenerici. L`unica cosa che li distingue è la spudorata ipocrisia con cui si battono contro gli indie-posers, quando fondamentalmente si tratta dell`unica categoria di pubblico che li degnerebbe di un ascolto.
Eagles of Death Metal [torna su]
Jesse Hughes è un cocainomane/sessuomane intrippato coi Rolling Stones, e in quanto tale gli ci vuole un solo istante per scrollarsi di dosso l`etichetta di raccomandato di Josh Homme e fare tranquillamente spettacolo da solo. Musicalmente non dice nulla di nuovo, ma è solido e divertente.
Rilo Kiley [torna su]
Bravi son bravi, ma è il genere di musica che non mi dice niente. Non riesco nemmeno ad apprezzare Jenny Wilson come donna, in senso fisico. Mi annoio presto.
Editors [torna su]
Tom Smith ha visto troppe videocassette di Ian Curtis e si atteggia a quello che va in trance artistica, ruota le pupille, spalanca la bocca e fa gesti finto-inconsulti. Come se non bastasse i pezzi del secondo album sono quanto di più vigliacco coldplayano si possa ipotizzare, belli pronti per una di quelle pubblicità di Scrubs al rallentatore, con l`unica differenza dell`impostatissima voce baritonale di Tom e del chitarrista che non ha più osato toccare la pedaliera da quando ha azzeccato l`effetto giusto in "Munich". Le donne si innamorano, gli uomini vorrebbero tirarli giù dal palco a calci in culo.
I`m from Barcelona [torna su]
Una garanzia. Il buon Emanuel si presenta con la solita dose di palloncini, coriandoli e amore incondizionato, mentre in formazione si fa notare un autentico furry vestito da orsetto che balla instancabile e suscita infinita tenerezza. In scaletta anche l`instant-song su Britney Spears.
Hayseed dixie [torna su]
Trattasi di quattro rednecks armati di banjo che non fanno altro che coverizzare classici metal - prevalentemente AC/DC - in versione country/bluegrass. Carini per 8 minuti, ma il loro set è di 50.
Fall Out Boy [torna su]
Spettacolarmente indecifrabili. In teoria sarebbero i portabandiera dell`emo, ma il cantante è un rosso brutto e cicciottello con basettoni e berretto da camionista, e non se lo fila nessuno. Tutta l`attenzione è sul bassista, il collaudato divo del gossip Pete Wentz, che interpreta il ruolo con consumato mestiere: si fa tre/quarti di concerto incappucciato in una felpa color giallo "guardatemi/non guardatemi" e, dopo che gli altri si sono fatti il mazzo intrattenendo la gente con una serie di pezzi uno più insulso dell`altro (un sound che incrocia pop da boyband con tocchi di inoffensivo metal per famiglie), ecco che all`ultimo si leva il maglione e si getta indiavolato in mezzo alla folla a prendersi tutto il merito. Ridicoli, e rigorosamente vietati agli over 13.
Rodrigo y Gabriela [torna su]
Trattasi di due messicani armati di chitarra acustica che alternano in egual misura classici metal - prevalentemente Metallica - e pezzi loro ultravirtuosi. Carini per 8 minuti, ma il loro set dura un`ora intera.
Iggy & the Stooges [torna su]
Non è normale che un sessantenne si presenti sul palco alle 20.30 seminudo correndo per un`ora come un indemoniato, cantando e urlando, rovesciandosi continuamente acqua in testa, tuffandosi letteralmente di testa in mezzo alla folla, e scatenando scene da G8 per la bella idea di invitare tutti a invadere il palco per cantare "No Fun". In quel momento, davanti a tale spettacolo di eterna disumana giovinezza, a chiunque non fosse troppo impegnato a pogare in prima fila non è rimasto altro che vergognarsi da morire. Non avete visto un concerto rock se non avete visto Iggy.
Battles [torna su]
Altri esseri disumani, come già sapevo, stavolta per motivi prettamente tecnici. Stremato per lo show di Iggy me li ascolto seduto fuori dal tendone ma, come tutti coloro si trovavano nei paraggi, non resisto al richiamo di "Atlas" a muovere il culo.
Kaiser Chiefs [torna su]
A me non piacciono, ma bisogna ammettere che non annoiano e portano a termine il loro sporco lavoro con il giusto equilibrio fra energia e cabaret.
Venerdì 17

Art Brut [torna su]
Sarà il paese straniero, sarà l`orario criminale (le 12.30), ma Eddie Argos si presenta sul palco un po` più stanco del solito. Nonostante tutto spara le sue solite cazzate, e pian pianino ingrana fino a concludere in maniera più che dignitosa - il che è superiore alla maggior parte delle band della loro categoria/generazione.
Starfucker [torna su]
Trattasi se non erro di band locale che ha vinto un concorso. Durante una pura perlustrazione del circondario in attesa di piatti piu gustosi, assaggio dallo Skate Stage il loro metal incazzatissimo - tale non tanto per la musica piuttosto banale e innocua, quanto per la quantità di parolacce che escono dalla boccuccia dorata della frontman 17enne. Tenerissimi.
Biffy Clyro [torna su]
Da queste parti sono da anni una presenza fissa ad ogni festival, instancabili faticatori e autori di un rockettone energico e piacevole che si sforza (spesso invano) di fuggire le soluzioni banali, cugino leggero dei Queens of the Stone Age. Lo definirei il gruppo spalla per antonomasia.
Cobra Starship [torna su]
Ne parliamo? Parliamone. Innanzitutto li ho visti perchè 1) non avevo voglia di rivedermi i The Enemy, il gruppo più noiosamente medio dell`Universo, e 2) il prato dello Skate Stage era il più pulito, e si aveva sonno. Ma chiunque ascolti questa roba ha seri problemi, oppure 12 anni. I Cobra Starship sono il simbolo ultimo dei peggiori effetti di MySpace. Un gruppo ridicolo che fa musica insulsa per gente che per questioni demografiche o per sfiga non ha mai ascoltato altro, attirati da un senso di community alimentato da un frontman vestito come il peggior Jovanotti che non tiene la bocca chiusa un istante, spara minchiate tipo "mosh pit is so 2006" e si intorta chirurgicamente i suoi 15 fan uno per uno come un morto di fame vaneggiando di party e friends da aggiungere. Ma a una loro festa non andrei manco pagato. Per farvi capire: il loro pezzo forte, quello con cui chiudono lo show, è la colonna sonora di Snakes on a plane, fenomeno-pacco di internet per eccellenza; l`ingaggio l`hanno ottenuto - indovinate - grazie a un concorso on line. Che sia maledetto il mio culo pesante.
The Rifles [torna su]
Origliati in pausa merenda. Più generici di così si muore.
Fujiya & Miyagi [torna su]
L`indietronica è per me genere pericoloso: al 90% mi annoia, e al 10% mi sorprende piacevolmente. Questi tre finto-giapponesi, con il loro sound che a volte ricorda pari pari le vecchie colonne sonore dei videogame per il Commodore 64, fanno parte di quest`ultima categoria. Ma a piccole dosi. Me ne esco con un 10 minuti di anticipo.
The View [torna su]
Pubblicizzatissimi da queste parti, hanno pezzi all`altezza dei migliori Arctic Monkeys ma mettono su uno show decisamente più vivace. Ancora immaturi, ma da tenere d`occhio.
Within Temptation [torna su]
Un altro di quei momenti in cui ti viene da maledire il programma, capace di sovrapposizioni criminali (Voxtrot e Albert Hammond Jr, per dirne una) e di buchi clamorosi in cui tocca sorbirti i vicini di casa degli Evanescence semplicemente perchè suonano sul palco che fa più casino. Rispetto ai cugini più famosi questi a occhio hanno almeno dieci anni di più, ma paiono onesti e solidi mestieranti e di conseguenza risultano un pelo meno patetici.
Badly Drawn Boy [torna su]
Ovvero il Cat Power maschio, e senza bisogno di alcol. In un set di un`ora infila appena un paio di hits, riesce a interrompere un pezzo a metà per motivi oscuri e litigare apertamente con l`organizzazione. Eppure a sprazzi dimostra ancora di avere il capolavoro nelle corde. Ce la farà mai?
The Hives [torna su]
Su disco sono piuttosto mediocri, ma dal vivo fanno ribaltare dal ridere. Pelle Almqvist si autodichiara implicitamente il Cassius Clay del rock`n`roll e spara esilaranti cazzate a getto continuo, purtroppo periodicamente interrotte dalle loro canzoni.
Chris Cornell [torna su]
Lo si può ufficialmente definire il Renga americano. Stando a quanto sentito venerdì sera il suo ultimo album è quanto di più insipido un ex Dio del rock possa concepire, dove ogni pezzo è una mera scusa per masturbarsi con la propria voce, il tema dell`ultimo James Bond l`equivalente di una partecipazione a Sanremo e la cover di "Billie Jean" un`inquietante barzelletta. Fortunatamente il nostro infila in scaletta anche il meglio della sua carriera, ripescando classici da urlo del calibro di - in ordine di esecuzione - "Outshine", "Spoonman", "Fell on black days", "Black hole sun" e "Rusty Cage". Vorrei gridare all`evento, ma esecuzioni scolastiche e senza cuore mi hanno strozzato ogni entusiasmo in gola. E` finita.
Arcade Fire [torna su]
Dopo due date mistiche a Brixton e Ferrara assisto per la prima volta alla versione compressa del tour di Neon Bible. E devo ammettere che stavolta, per colpa di un fonico ubriaco che alzava e abbassava a caso il microfono di Win Butler, non hanno fatto gridare al miracolo. Il nervosismo ha inoltre reso ancora più pesanti i tempi morti tra un ribaltamento di strumenti e l`altro, e alla fine non hanno nemmeno fatto "Wake up", nonostante il pubblico la stesse cantando anche prima che salissero sul palco. Rimangono comunque ben lontani da una bocciatura.
The Smashing Pumpkins [torna su]
Dite quello che volete, ma a me il nuovo Billy Corgan piace. Troia clamorosa per tutto quello che riguarda il lato promozionale/commerciale, quando si arriva al sodo fa ancora quello che gli pare e piace senza guardare in faccia nessuno, il che si traduce in un disco pieno imballato di chitarroni rumorosi e un live show di un`ora e mezzo che inizia con "United States" (10 minuti), divide con "Glass and the ghost children" (10 minuti) e chiude con "Heavy metal machine" (10 minuti). In mezzo c`è spazio per riarrangiare "Bullet with butterfly wings" al doppio della velocità, e la faccia tosta di infilare "Death from above", bonus track dell`ultimo album presente solo nell`edizione giapponese, su Amazon.de e nella catena USA Best Buy (minchia). Tra le poche concessioni indovina fortunatamente le mie preferite: "Cherub Rock", "Zero" e "Tonight tonight" sono botte che lasciano senza fiato. Magico.
Sabato 18

The Rakes [torna su]
Arrivo giusto per gli ultimi tre pezzi, che sono praticamente "Disco 2000" senza ritornello. Carichi, ma un po` involuti.
Sparta [torna su]
Considerati la metà meno interessante ma più ascoltabile degli ex At the Drive-In, sono uno dei gruppi più immeritatamente modesti in circolazione. A suo tempo mi ero divorato il loro album d`esordio, al punto che il giorno prima di partire per il Belgio mi sono fiondato pure alla loro data londinese, a mo` di antipasto. Ma la versione compressa vista al Pukkelpop è decisamente la migliore, tiratissima e con una potenza di suono spettacolare. Peccato che, a livello di composizioni, si stiano allontanando dall`emo old school e avvicinando pericolosamente agli U2.
Albert Hammond Jr [torna su]
Lo hanno già detto altrove e lo confermo: meglio degli Strokes. La voce non fa rimpiangere Casablancas, il resto della band sono praticamente sosia, e come live show è decisamente più vivace. Ora manca solo che gli altri gli cedano i diritti di Is this it? e il gioco è fatto.
Enter Shikari [torna su]
Qua sono un fenomeno, unica band senza contratto - insieme agli Arctic Monkeys - ad aver esaurito l`Astoria (2000 posti). La loro formula è semplice: prendere basi tamarre disco-trance e suonarci sopra del metal, beccandosi in un colpo solo le due categorie di pubblico meno esigenti in circolazione. Il tutto viene condito da vocalizzi melodici di scuola System of a Down, e servito da un live adrenalinico in cui non c`è un solo membro della band che stia fermo per più di un secondo e mezzo. Peccato che, aldilà della furba intuizione di partenza, non ci sia un pezzo decente che sia uno.
The Shins [torna su]
Scottato dalla loro precedente noiosissima esibizione al Forum di Kentish Town mi ascolto solo i primi tre pezzi, decidendo di non fidarmi nonostante James Mercer sembri effettivamente un po` più sveglio e coinvolto. Continuo ad apprezzare i loro dischi, ma non è il tipo di band a cui rischio una seconda chance quando l`alternativa è sdraiarsi su una panchina.
Kate Nash [torna su]
Me la persi quando suonò a febbraio quart`ultima prima della Spinto Band, nel frattempo il suo seguito è cresciuto al punto che singolo e album sono finiti in cima alle classifiche inglesi, grazie anche a una notevole copertura stampa fatta di articoli che iniziano tutti con "non è la nuova Lily Allen". No, sul serio, è mai capitato che il punto di forza su cui basare interamente la promozione di un artista sia citare a chi NON assomiglia? Beh, allora ci aggiungo pure la mia: non assomiglia nemmeno a qualcosa di interessante.
Silverchair [torna su]
Che spettacolo. Nati come cloni poveri e marcatamente mainstream del movimento grunge, è andata a finire che, nonostante una produzione discografica più sparuta, sono stati gli unici a durare quanto i Pearl Jam. Incredibile a dirsi il leader Daniel Johns ha ancora soltanto 28 anni, ma fa impressione vedere la sua nota chioma bionda inscurita e un clamoroso baffo alla Freddie Mercury. "Emotion sickness" ricorda i miei pomeriggi adolescenziali più noiosi, e la ballatona "Ana`s song" mi fa sorridere in onore dei bei tempi. Poi me ne vado, prima che un`eventuale trashissima "Anthem for the year 2000" mi faccia rotolare per terra dalle risate.
Loney, dear [torna su]
E qua sono stato ancora una volta tradito dal culo pesante. E` che la tenda Chateau era l`unica con posti a sedere. Ma loro li avevo mirati, perchè conoscevo un paio di pezzi e non mi dispiacevano. Oh, come mi sbagliavo. E` la cosa più gay che io abbia mai visto. Vero, avevo detto la stessa cosa il giorno prima per i Cobra Starship, ma c`è un limite a tutto, e quel limite è ampiamente superato quando uno svedese con camicia a quadri da montanaro e sorriso ebete mi impone una sfilza di canzoncine piene dure di vocalizzi in falsetto che neanche Joni Mitchell. Davanti a lui, un terzo della folla che mezzora prima sullo stesso palco aveva accolto Kate Nash.
Cocorosie [torna su]
Origliate en passant mentre mi procuravo la cena. No, non fanno per me.
Spoon [torna su]
Come al solito impeccabili. Il loro stile consolidato è di quelli che non tradiscono, e la loro classe illumina una giornata che stava prendendo una pessima piega.
Ozark Henry [torna su]
L`esigenza era raggiungere la transenna in tempo per i Nine Inch Nails, e questo ha significato beccarsi gli ultimi tre pezzi di questo divo tutto belga, un ultratrentenne dal ciuffo ribelle che sonicamente si infila a metà fra Moby e i Coldplay. Anzi, diciamo che è l`equivalente di Raf. Matte risate.
Nine Inch Nails [torna su]
Ok, lo show di Brixton a cui assistetti a marzo era ufficialmente di riscaldamento. Sabato invece non si scherzava. Trent non è più una belva incontrollabile come quando si drogava, ma ormai ha preso la spinta e ci va splendidamente vicino. Questo sì che è il tipo di show da vedere e rivedere. L`unica cosa che non gli perdonerò mai è "Hand that feeds", che ha macchiato una scaletta altrimenti impeccabile in cui anche le cose nuove hanno fatto la loro figura più che dignitosa. E "March of the pigs" e "Hurt" rimangono due pezzi da storia della musica.
Sonic Youth [torna su]
Stremato per i Nine Inch Nails mi svacco sul prato e me li ascolto da fuori dal tendone. Anche perchè arrivo a show iniziato e mi becco un pienone impenetrabile. Riconosco qualcosa da Daydream Nation, ma sono troppo rincoglionito per prestare la dovuta attenzione.
Tool [torna su]
I soliti mostri. Ormai l`unica cosa che ci si chiede è se Maynard sarà davanti o dietro allo schermo, di fronte o di spalle. Un finale di festival coi controcoglioni.
